Gerti Frankl Tolazzi: dalla pagina alla vita

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Alla ricerca di libri in case sconosciute

Quando gli amanti dei libri visitano le case di amici e conoscenti, difficilmente resistono alla tentazione di dare un’occhiata alla libreria di casa. C’è poi il caso, di quel piccolo numero di individui, che allo scopo di vedere i libri ammassati tra le mura domestiche, di case ne visita moltissime. Si tratta di chi ha fatto diventare questa strana attività parte del suo mestiere.

L’occhio ben allenato passa agilmente di volume in volume, la mano soppesa e scorre le pagine, tutti i sensi concorrono a valutare le caratteristiche complessive della raccolta.

 

C’è da dire infatti, che ogni raccolta di libri, può dirci molto su chi l’ha composta, sui suoi interessi e sulle sue passioni, e perfino l’assenza di alcuni argomenti, può far riflettere l’osservatore attento.

Era proprio ciò che andavo rimuginando, mentre passavo in rassegna i libri contenuti in un paio di vecchie librerie malandate, all’interno di un appartamento che, probabilmente, di lì a poco sarebbe stato venduto.

Si notava subito una certa sovrabbondanza di volumi, in parte risalenti all’Ottocento, ed in parte alla prima metà del Novecento. Una parte di questo materiale si presentava in condizioni non entusiasmanti: copertine mancanti, fogli staccati, volumi consunti. Mi fu subito chiaro che l’ignoto possessore di tutta quella carta, non l’aveva raccolta per darsi arie da intellettuale, i libri erano stati letti e riletti senza posa, compagni fedeli di una grande passione per la vita e la cultura.

Insomma, per quanto le condizioni di una parte del materiale, mi facessero dubitare sull’opportunità dell’acquisto, il fatto che si stesse svelando la presenza di importanti riviste letterarie del Novecento e di alcune interessanti prime edizioni, mi suggeriva invece di portare a compimento l’affare.

Fu così che, dopo una sfacchinata durata parecchie ore, mi ritrovai nella consueta situazione: sommerso da un imponente quantità di libri e senza sapere da dove cominciare per dare un senso a quella massa informe.

Una delle prime cose su cui cadde la mia attenzione non fu un libro ma una targa metallica. A caratteri blu su sfondo bianco stava la sibillina scritta “Villa Gerti”. Subito mi venne in mente la famosa poesia di Eugenio Montale Carnevale di Gerti; tra l’altro avevo appena finito di leggere il volume dedicato all’enigmatica figura di Bobi Bazlen, scritto da Cristina Battocletti, in cui si dedicava un discreto numero di pagine alla figura, a sua volta piuttosto misteriosa, di Gerti Frankl Tolazzi.

 

Ebbene sì, una parte dei libri che avevo tra le mani, era appartenuta proprio a lei.
Austriaca di nascita, triestina d’adozione, fu amica di alcuni tra i più importanti scrittori del Novecento: Italo Svevo, Eugenio Montale, Umberto Saba, Giani Stuparich e molti altri.

 

Una vecchia intervista

Diventata testimone di quella stagione letteraria, così racconterà e si racconterà in un’intervista ritrovata tra i suoi libri, pubblicata nel 1986 sulla rivista “Epoca”:

«Come sei arrivata a Trieste?

A Graz, dove viveva la mia famiglia, conobbi durante una vacanza (studiavo al Conservatorio di Vienna, dove mi sono diplomata), Carlo Tolazzi, studente al Politecnico della città; era un istituto famoso (vi studiò anche Musil) e molti triestini lo frequentavano, anche dopo che Trieste, nel ’18, era diventata italiana. Lo sposai e quindi lo seguii a Trieste; aveva anche interessi ed amici letterati, tra cui Bobi Bazlen. Bazlen a sua volta era già in amicizia e continua corrispondenza con Montale, al punto da raccogliere, fra gli amici triestini, diversi dei primi sottoscrittori di copie per Ossi di seppia. Piero Gobetti, l’editore, non avrebbe infatti pubblicato la raccolta (1925) se non avesse avuto la garanzia di un certo numero di prenotazioni… Mio marito fu tra i primi a farlo. Bazlen era in quegli anni il primo giovane critico ed estimatore di Italo Svevo e con Montale (ed un altro amico comune, il critico Giacomo De Benedetti) contribuì decisamente al successo, anche se tardivo, dello scrittore e soprattutto della Coscienza di Zeno… Quindi, tramite Bazlen, conobbi presto e frequentai casa Schmitz e, subito dopo, casa Saba…

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Una copia di “Conversazione in Sicilia” con la dedica autografa di Elio Vittorini

E Montale, quando lo hai conosciuto personalmente?

Nel 1927 mi recai in Toscana, per visitare mio marito, militare a Lucca. Mi accompagnò mia madre, che però aveva fretta di tornare in Austria, ma non riteneva conveniente lasciarmi sola in un albergo. Avevo avuto da Bazlen un biglietto di presentazione per i Marangoni. Matteo Marangoni era allora uno dei maggiori critici e studiosi d’arte italiani, la sua casa era un punto di riferimento della cultura fiorentina; la moglie, Drusilla Tanzi (per cui io coniai il nomignolo di «Mosca» adottato da Montale e che negli anni a venire sarebbe stata compagna e poi moglie del poeta), mi offrì la sua ospitalità; ospitalità larga e generosa perché in quel periodo Eugenio Montale viveva stabilmente in quella stessa casa e lavorava in uno studiolo messogli a disposizione… Così conobbi il poeta e passammo insieme il Capodanno di cui Montale parla nel Carnevale di Gerti: «Se si sfolla la strada e ti conduce / in un mondo soffiato entro una tremula / bolla d’aria e di luce dove il sole / saluta la tua grazia. Hai ritrovato / forse la strada che tentò un istante / il piombo fuso a mezzanotte quando / finì l’anno tranquillo senza spari». Gettare il piombo fuso in una tazza d’acqua fredda era un gioco abbastanza comune in Austria, da me proposto nella notte di San Silvestro; dalle deformazioni solidificate, si dovevano trarre per ciascuno gli auspici per l’anno nuovo…

 

 

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Una dedica dell’autore? Un appunto della proprietaria? Non lo sappiamo

Fu un soggiorno felice, dunque, quello in casa Marangoni?

Certo, era molto interessante e stimolante per me, anche se allora non parlavo ancora molto bene l’italiano. Avevo letto per mio conto in Austria le opere di Freud e su queste venivo insistentemente interrogata dagli amici fiorentini, visto che in Italia non erano disponibili. Era una curiosità indotta in parte dalle discussioni sulla Coscienza di Zeno, sul ruolo della psicanalisi nella costruzione del romanzo, fittiziamente concepito come diario per l’analista dott. S…

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Un libro con dedica di Gianna Manzini

Ma la psicanalisi non era già argomento di moda tra gli intellettuali, specialmente ebrei, triestini?

L’interesse per la «nuova scienza dell’anima» era soprattutto legato al ruolo di Edoardo Weiss (Trieste 1889 – Chicago 1970, tra i fondatori della Società psicoanalitica italiana, 1925, e della «Rivista di psicoanalisi», 1932, prima del suo trasferimento in America, n.d.r.); personalmente ritengo però che ci fossero alcuni equivoci in quella prima «passione» psicoanalitica: c’era uno strano gioco di coinvolgimenti, ad esempio, perché gli amici di Weiss erano anche i suoi pazienti di analisi e vi era perciò una circolazione di esperienze ben lontana dall’esser difesa dal segreto professionale o dall’impersonalità del rapporto analitico…

 

Tornata a Trieste, continuò la frequentazione dei circoli intellettuali e soprattutto l’amicizia di Bazlen?

Eravamo un gruppo di persone che, per ragioni familiari e private, si muovevano con grande disinvoltura tra Trieste e l’Austria. Si faceva a gara per riportare e riferire le novità culturali, letterarie o teatrali viennesi; più tardi, e con buone ragioni, si è costruita la leggenda di Bazlen consigliere segreto e scopritore di opere e autori, ma è pure giusto riconoscere che, rispettando il suo ruolo trainante, a Trieste non era il solo a svolgere questo compito… Esisteva davvero quello che oggi si chiama (e si rimpiange un po’ troppo) il «clima» mitteleuropeo; ti faccio un esempio (si avvicina alla libreria e ne toglie alcune tavole illustrate, n.d.r.): io non ho mai conosciuto Canetti, ma quando ho letto, credo ne Il frutto del fuoco, quel che dice della pala di Grünewald a Colmar, dell’importanza che avevano queste stesse riproduzioni appese alle pareti della sua camera, son rimasta senza fiato; potevo condividere tutte le impressioni di cui riferiva, ho fatto più volte un viaggio in Alsazia solo per sedermi davanti a quella pala…

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Una dedica affettuosa del poeta Alfonso Gatto

E che giudizio dai, a distanza di anni, dell’uomo Bazlen, al di là del mito del consulente editoriale (di Einaudi, poi degli amici fondatori dell’Adelphi ecc.)?

Era un uomo complesso e geniale che, fino agli anni della guerra e della sua «fuga» da Trieste, rimase il mio grande amico, ma anche nemico, per il gusto un po’ nevrotico che lo dominava di voler indirizzare e segnare la vita delle persone cui era nello stesso tempo legato… Verificai personalmente la verità di quanto scrisse Montale: «Ho assaggiato la pleiade dei tuoi amici, oggetto / dei tuoi esperimenti più o meno falliti / di creare o distruggere felicità coniugali». Il giorno e la notte si mischiavano nella sua esistenza, nelle sue abitudini e nelle sue scorribande. Ad essergli amici, si finiva per essere coinvolti nelle ostilità che suscitava o provava, come quella sorte ad un certo punto con i Saba; non con Linuccia, la figlia del poeta, ma con la moglie Lina o il poeta stesso che Bobi chiamò una volta «i due plebei»… In ogni caso, i rapporti rallentarono quando andò «fuori», cioè in Italia, come si diceva a Trieste.

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Il libro di Vittorio Vidali sulla vita di Tina Modotti, con dedica autografa

Bazlen fu anche, mi pare, all’origine della nascita della «Dora Markus» di Montale…

Nel ’28 Bobi scrisse a Montale: «Gerti e Carlo: bene. A Trieste, loro ospite un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus». Io fotografai queste gambe e la foto fu inviata Montale. Erano, in effetti, la parte più bella ed elegante di Dora, un’ebrea viennese che Montale non conobbe mai; dormì solo nel suo letto, arrivando a casa mia un giorno dopo ch’era partita… Il nome gli piacque, però, e ne uscì una delle liriche che più amo…

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Ma Dora in fondo sei tu…

Certo, anche se il riconoscimento era meno facile ed ovvio rispetto al Carnevale di Gerti. Dora Markus fu pubblicata solo nel ’37, e composta in due tempi. Rispetto al Carnevale, del ’28, c’era di mezzo quello che Montale chiamò la mia «vita già vissuta»; c’era il travestimento del nome, c’era l’accenno alla mia patria lontana, anche se Montale parlava della «Carinzia immaginaria», mentre io, nata a Graz, ero della Stiria… In compenso, c’erano tutte le «piccolezze» che ho sempre amato: il piumino della cipria, la matita delle labbra, il topolino d’avorio portafortuna.

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La rivista del 1928 con la poesia “Carnevale di Gerti” di Eugenio Montale

Montale ti vedeva dunque come un’elegante e frivola signora?

Gli piaceva vedermi così, anche se nel suo modo scontroso capì sempre quanto, di me, era meno evidente e segreto. Sicuramente, fino alla guerra, l’assoluta libertà con cui andavo e venivo, accostavo luoghi, attività, persone, poteva dare quest’idea di impermeabilità e indifferenza leggera. Tutto per me poteva essere attraente: la musica, la danza (da ragazza avevo studiato a Dresda con Mary Wigman) o il lavoro come apprendista meccanico d’automobili o un corso a Vienna per operatore cinematografico (così lavorai anche con Fritz Lang per Masquerade, con Paula Wessely, prima dell’esilio americano del regista). Nello stesso tempo, continuavo a fotografare tutto e tutti: la fotografia era la mia forma di diario privato e pubblico… Oggi, mi chiedono continuamente le fotografie dei personaggi che ho conosciuto, ma sono restìa a darle, o forse non mi piace sempre estrarle dai cassetti, per non constatare, ogni volta, che son tutti morti…

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La guerra, dicevi, ha cambiato la tua vita?

Totalmente: i nazisti requisirono i beni di mio padre, i miei genitori scomparvero nel nulla, parenti ed amici viennesi arrivarono a Trieste in fuga, per cercare nel porto la via per l’Australia o l’America… Anche Trieste cambiò radicalmente; quando, nel dopoguerra, vi tornai, lo smarrimento era generale, la quantità di suicidi, specialmente tra gli ebrei rimasti, era impressionante…

E tu, dove sei fuggita?

Per scampare, bisogna stare o molto vicino o molto lontano dal nemico. Così, quando mi imposero di far da interprete al comando della Gestapo di Palmanova, coperta dal cognome italiano che avevo conservato, accettai; riuscii anzi a stabilire un’intesa silenziosa con ufficiali della milizia italiana, un reciproco avvertimento fatto a volte solo di sguardi, per cercar di salvare altre persone… Ma era un ruolo insostenibile e quindi scappai a Milano.

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Una copia autografa del romanzo di Daniele Del Giudice, incentrato sulla figura di Bobi Bazlen

E qui, a Milano, in che modo sei riuscita a cavartela?

Entrai, quasi naturalmente, in contatto con la resistenza e conobbi bene soprattutto Vittorini. Chiesi aiuto anche in arcivescovado e a loro volta mi chiesero di far da scorta agli ebrei che passavano clandestinamente il confine tra la Valtellina e la Svizzera. Avevo paura, l’esperienza di Palmanova mi era bastata, ma gli avvenimenti decisero altrimenti. Un giorno, entrai in un caffè in Piazza Scala, c’erano ufficiali delle SS accanto a una persona vagamente conosciuta (seppi più tardi che era un sarto ebreo triestino, costretto per salvare i suoi a far la spia); questi accennò brevemente a me, io mi affrettai a uscire il più rapidamente possibile, senza correre, ma seguita da un ufficiale tedesco. Cercai di far la civetta, fingendo che mi avesse seguito per corteggiarmi e intanto pensavo: se riesco a farcela, Dio, giuro che vado in Valtellina… Passò un tram con la portiera aperta, saltai su di corsa, andai alla stazione e feci il numero segreto che mi avevano dato… A Milano, tornai soltanto anni dopo…

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Il quaderno con i disegni di Gerti

Con Montale, i rapporti si erano interrotti?

Ho imparato che in qualche modo misterioso le persone che si amano o si sono amate ritornano o riaffiorano nella tua vita. Quasi per caso, mi trovavo dalla fine del ’45 nel Ticino, seppi che Montale avrebbe tenuto una conferenza a Lugano. Vi andai e mi capitò di entrare proprio mentre parlava del Carnevale di Gerti… Era una coincidenza buffa e Montale divenne rosso e imbarazzato nel rivedermi, dopo tanto tempo, davanti a lui in carne e ossa! Gli feci poi delle fotografie, mentre, pronto alla posa, Montale canticchiava Radamés, s’è compiuto il tuo fato…

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Da allora siete rimasti in contatto?

Sempre, soprattutto attraverso il telefono. Una volta all’anno, inoltre, il telefono squillava alla stessa ora: dopo il concerto televisivo di Capodanno, trasmesso da Vienna in eurovisione; i suoi auguri mi riportavano a quel Capodanno di una lontana stagione fiorentina…

E adesso?

Adesso, se pure è inevitabile, non amo il ruolo di testimone sopravvissuta. Mi invitano a convegni montaliani (sono stata solo a Genova, nel 1982), mi scrivono o vengono in visita studiosi e giornalisti. Per sapere di Montale, negli ultimi anni anche di Bazlen, meno di Saba o di quel dolce, gentile signore che fu Giani Stuparich (che le dedicò le pagine jamesiane di Ritratto di signora, in Fisionomie, Garzanti 1942, n.d.r.). In fondo, è naturale, sto in una città di memoria, come Trieste che, nonostante la sua bellezza e la trasparenza della sua luce, insieme balcanica e mediterranea, sta scivolando in una lenta morte. Ma qui sopravvivono uno stile di vita e abitudini impensabili altrove, è sempre una città affascinante, anche se separata e lontana. Io vivo qui, mi piace pensare con Neruda: Confesso che ho vissuto.»

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